Domenica 72 – Fuggire a San Pietroburgo

Cosa ci faccio ferma a questo binario? La stazione di Helsinki ha un’allure magica e un po’ retrò. Silenziosa e tutto sommato poco ordinata per gli standard nordici. Tentiamo l’acquisto di dolciumi al negozietto, dove una mezza naturale costa qualcosa come tre euro.  Nel frattempo, aspettiamo che compaia l’orario del nostro treno. Un nome altisonante: Allegro. L’unico treno che dalla Finlandia arriva in Russia attraverso il confine con l’Europa. Chissà per quale scherzo linguistico l’hanno chiamato così. Allegro. Forse hanno frainteso la traduzione e pensato che significasse “veloce”.

Prendiamo posto e dopo poco un controllore si avvicina e ci mette in mano un modulo bilingue in inglese e cirillico, ma è quando si chiudono le porte del treno che annunciano di non abbandonare mai il passaporto, nemmeno alla toilette. La polizia finlandese ci chiede di vedere i biglietti, dove stiamo andando e, sì, anche di toglierci gli occhiali da sole. Non contenti,  ripassano per un controllo perfino quando siamo al bar. Ma non è ancora finita. Anzi, si può dire che non sia ancora iniziata, perchè quando all’ultima stazione della Finlandia annunciano che è vietato scendere dal treno a meno che non si venga scortati dalla polizia, capiamo all’improvviso che questo ingresso in Russia non è una cosa semplice. Anzi, forse è una cosa da Daniel Craig. Peccato che no, il mio vicino di posto non era Daniel Craig e neanche James Bond e anzi, aveva un modo di fare abbastanza noioso.  Forse andare a San Pietroburgo ha più il sapore di una fuga.

A Vyborg, prima città della Russia che si incontra lungo la ferrovia, la polizia di frontiera sale sul treno e e improvvisamente cala un silenzio di tomba. Nessuno dice una parola e nei loro sguardi si legge un particolare allenamento a scandagliare l’animo umano con un’occhiata veloce che ti può trapassare.

Il treno entra lentamente in una periferia che sembra Lego City, con un po’ di decandenza qua e là. Alla stazione Finlandinsky, ci chiediamo se non ci sia qualche altro controllo di sicurezza. Ma ci troviamo senza redercene conto in un parcheggio dei taxi.

“20 euro forfait!” sono le uniche parole che riesce a dire il tassista. Niente tassametro, niente tariffe, solo contanti e un prezzo calcolato senza nessuna logica. Un traffico da metropoli, dove le Maserati si affiancano a vecchie auto sovietiche con targa penzolante. I palazzi hanno un fascino sinistro e ottocentesco. Il taxi intasca i 20 euro e si ferma davanti alla solita cancellata da Famiglia Addams: il nostro hotel è nascosto in un cortile sorvegliato da telecamere. Ci attende quella che sembra una giovane receptionist, ma si rivela subito un’apprendista alle prime armi che soprattutto non sa una parola di inglese.

“Pay?” Ci chiede afferrando con avidità la carta di credito ed emettendo subito dopo una ricevuta in cirillico. Le chiediamo se sia possibile dividere l’importo della stanza, ma lei pensa che stiamo chiedendo spiegazioni sul prezzo. Le diciamo di nuovo che vorremmo dividere, ma lei annulla la transazione appena fatta e nel frattempo manda messaggi a qualcuno per farsi tradurre quello che stiamo chiedendo.

“Divide?” Chiediamo.

“Cancelled!” Risponde.

Alla fine abbandoniamo qualsiasi velleità di parlare in inglese, ci facciamo capire a gesti e paghiamo il giusto. Le chiediamo se c’è un ascensore. Lei risponde indicandolo con le braccia come si fa con le uscite di emergenza dell’aereo. Ok, meglio prendere le scale.

San Pietroburgo non potrà che essere un immenso vocabolario di frasi incomprensibili. Di cose complicate e di fraintendimenti. Come i pancake indicati sulla lavagnetta del menu in hotel, che sembravano crepes francesi, ma in realtà erano pieni di carne macinata.

Questa domenica è dedicata a tutti gli ombrelli che vi hanno rubato all’uscita del ristorante. A tutte le volte che vi siete bagnati perchè non vi aspettavate la pioggia. A tutte le volte in cui questo mese avete sperato di svegliarvi col sole e invece no, era ancora nuovoloso. E a San Pietroburgo potreste trovarla spesso la pioggia, senza sapere davvero quando smetterà.

Da ascoltare: Vampire Weekend – Ya Hey

 

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